domenica 10 febbraio 2013

Venosto.





Caro Pasuco, oggi ti parlo di un ‘Cold case’: Venosto.

L’uomo di ghiaccio visse tra il 3350 e il 3100 a.C., quando i megaliti di Stonehenge in Inghilterra non erano ancora stati eretti e circa 600 anni prima che sorgessero le piramidi di Giza, in Egitto. In Europa stava iniziando l’Età del Rame e il continente era ancora scarsamente popolato: una distesa infinita di boschi e di paludi, in cui scarsissimi insediamenti umani erano collegati da sentieri immersi nella natura selvaggia. L'uomo di allora viveva soprattutto d’agricoltura e di pastorizia, in villaggi di non più di 30-60 persone. Lo stato dell’Europa era quello di una civiltà avanzata, con scarsa densità abitativa e nessuna città .


19 Settembre 1991: la Scoperta!
Erika e Helmut Simon, di Norimberga, scendendo dalla cima del Similaun, fecero un raccapricciante ritrovamento: un cadavere riverso nel ghiaccio in scioglimento. Comunicarono la scoperta al Rifugio Similaun: fu lanciato l’allarme alla gendarmeria austriaca ed al soccorso alpino. I primi tentativi di recupero fallirono, perché il corpo era incluso nel ghiaccio. Uscirono i primi trafiletti sui giornali. Il quarto giorno, finalmente, con l'assistenza di un medico legale, si riuscì ad estrarre la salma e a trasportarla in elicottero dapprima a valle, poi all'Istituto Medico Legale di Innsbruck. Fino a quel momento, non fu consultato alcun archeologo.

Perché Ötzi?
La mummia (perché di questo si trattava: un uomo mummificato e conservato dal ghiaccio) era stata rinvenuta nelle Alpi dell’Ötztal, o Alpi Venoste, a 3210 metri, in una stretta conca rocciosa di 2-3 metri di profondità. Si trovava nei pressi del confine italo-austriaco ed inizialmente si pensò che il luogo del ritrovamento fosse in territorio austriaco. Ben presto, però, sorsero i primi dubbi, se non altro perché nel 1922, quando fu tracciato il confine tra i due Paesi, tutta la zona era coperta da una corazza di ghiaccio di almeno 20 metri. Il verdetto dei rilievi topografici fu sorprendente: Ötzi “apparteneva” all’Alto Adige Italiano, anche se ormai era stato adottato dalle autorità austriache, che lo avevano prontamente ribattezzato
Ötzi (in realtà il soprannome è dovuto a Karl Wendel, giornalista viennese, nel tentativo di rendere più simpatico e popolare la mummia). Era ormai tardi: non si poteva più  chiamarlo Venosto, come forse sarebbe stato più corretto.

Si comprende che è Archeologia.
Cinque giorni dopo il rinvenimento della mummia fu convocato un archeologo, il Prof. Konrad Spindler di Innsbruck: si seppe così che la salma aveva almeno 4000 anni. La notizia sensazionale  riecheggiò in tutto il mondo, Ötzi apparve sulle copertine di giornali e riviste. Prima dell'arrivo dell’inverno ci si affrettò a recuperare altri oggetti dal sito archeologico. Solo l'estate successiva si poté proseguire con una ricerca approfondita che, con l’aiuto di strumenti di ricerca adatti permise di acquisire gli altri reperti di eccezionale valore. (in seguito, le analisi con C14 permetteranno una più precisa datazione: tra 3350 a.C. e 3100 a.C.: pertanto l’uomo del ghiaccio è risale a più di 5.000 anni fa).
 

Come mai una mummia intatta?
Grazie ad una serie di rare coincidenze: Ötzi morì proprio lì, ad alta quota, nella regione dei ghiacciai e il suo corpo giacque in una
conca rocciosa che lo protesse dai fattori atmosferici e dalla fusione del ghiaccio. Iniziò il processo di mummificazione. Il suo corpo fu probabilmente subito ricoperto di neve e si conservò benissimo, surgelato naturalmente. Con il passare dei secoli il ghiacciaio soprastante scivolò sopra di lui, ma non gli arrecò alcun danno, poiché la conca nella quale giaceva era posta trasversalmente alla direzione di scivolamento del ghiaccio e quindi dalla sua potente attività abrasiva.

Un ‘anziano’.
Certamente Ötzi era uno dei membri più anziani del suo villaggio. Ce lo ha rivelato un campione del suo femore. La struttura delle nostre ossa infatti si modifica con l’età e mostra segni di usura coerenti con il tempo trascorso. Le ossa di Ötzi ci dicono che aveva circa 45 anni, un’età davvero avanzata per quei tempi.

L’aspetto.
Era un Homo Sapiens Sapiens, come noi. Aveva occhi marroni, capelli scuri sciolti sulle spalle, era magro, robusto, alto mt 1.65 e pesava circa 50 kg, avrebbe calzato un 38 di scarpe. Un uomo che oggi definiremmo piccolo ed insignificante, ma per l’età del rame perfettamente nella media. Dopo la mummificazione il peso si è ridotto a 13 kg e la statura a 1,54 m. Un ‘segno particolare’ erano gli incisivi superiori, molto distanziati tra loro.
Presentava tutte le caratteristiche legate alla transizione all’agricoltura dalla caccia: bassa statura, carie, deformità, sedentarietà, maggiore diffusione di parassiti, batteri e virus che richiesero molte generazioni per generare una risposta adattiva.[1]

Importanza del ritrovamento: una finestra con vista sul Neolitico.
L'unicità del ritrovamento di Ötzi sta nel fatto che il corpo è rimasto intatto subito dopo la morte ed il processo di mummificazione è di tipo umido: le risultanti perfette condizioni di conservazione dei tessuti corporei e delle suppellettili ne permettono studi unici ed esclusivi, impossibili fino ad allora. Questo genere di mummie è rarissimo, e di grandissimo valore: pelle, capelli, occhi, fibre vegetali ed animali, materiali d’uso quotidiano, organi interni e persino il contenuto dello stomaco sono rimasti intatti.

La dieta di Ötzi.
Poco prima di morire, Ötzi aveva mangiato tre pasti a base di cereali (orzo e farro), carne di stambecco e cervo (avariata, con vermi), radici, frutta e semi. Nel suo intestino sono stati ritrovati anche dei piccolissimi frammenti di carbone, segno di cottura a contatto diretto col fuoco. I cereali erano un alimento base nella dieta di allora, completata da vegetali come il prugnolo, le mele selvatiche, i funghi, le bacche e i legumi. Diversi oggetti ritrovati presso la mummia, come tendini, pelli, corna e ossa ci testimoniano anche l’attività di caccia e d’allevamento del bestiame.
Tutto il cibo di Ötzi conteneva sporangi (le capsule che contengono le spore) di felci. Prima di morire, forse bevve un estratto di felce, o forse utilizzò queste fronde come colino per filtrare il latte o un’altra bevanda. Il latte è poco probabile, vista la sua intolleranza al lattosio. Le quote di grasso che sono state rinvenute nel contenuto gastrico potrebbero forse derivare da un formaggio fermentato, che non contiene lattosio.

Lo stato di salute.
Quando morì, Ötzi non era in buona salute: le articolazioni mostrano segni d’usura, i suoi vasi sanguigni erano calcificati, i denti consumati e l'intestino infestato da tricocefali (un verme parassita dell’uomo: fino al 1880 era presente in tutti i reperti autoptici del sud dell’Italia). Un’unghia delle dita rinvenuta negli scavi successivi dimostra che soffriva di una patologia cronica e i profondi solchi trasversali indicano inoltre che il suo sistema immunitario era stato esposto a forti stati di stress circa 8, 13 e 16 settimane prima di morire. Si è anche potuto dimostrare che aveva subito un episodio di frattura multipla delle coste, peraltro perfettamente sanata (quindi era trascorso più di un mese), ed una rottura del setto nasale. L’usura dei denti lascia comprendere che era un agricoltore allevatore e non un cacciatore (i cacciatori-raccoglitori sono virtualmente liberi da carie per via del ridotto consumo di carboidrati, che sono zuccheri). Inoltre aveva l’intolleranza al lattosio, una predisposizione alle cardiopatie, arteriosclerosi e borreliosi (malattia di Lyme, trasmessa dalla puntura di zecche infette) e i suoi polmoni erano anneriti dal fumo della fonderia della Val Venosta in cui aveva lavorato. Aveva calcoli biliari. 5.000 anni fa, nonostante si vivesse in una società contadina, l'intolleranza al lattosio era ancora molto diffusa: è una particolarità che appartiene alla normalità dell’Homo Sapiens. Finita la lattazione, insorgeva l’intolleranza, geneticamente determinata.  Con il diffondersi dell’allevamento degli animali, comparve una mutazione, per cui Sapiens sviluppò la capacità di digerire il latte anche in età adulta. L’intolleranza non è una malattia, è la normalità originale.

Tatuaggi contro il dolore.
Su tutto il corpo Ötzi ha 57 tatuaggi, realizzati con sottili incisioni lineari (non, come quelli d’oggi, con aghi). Questi segni si trovano in corrispondenza delle articolazioni più usurate, che probabilmente causavano ad Ötzi forti dolori: nella zona lombare, al ginocchio destro, ai polpacci e alle articolazioni del piede. I tatuaggi servivano a recidere piccoli fasci di fibre nervose, e questo portava ad un’attenuazione del dolore, in aggiunta – probabilmente – all’effetto placebo portato dall’elemento magico religioso. Essi erano quindi presumibilmente una terapia antidolorifica e non un ornamento per il corpo.

I denti: un certificato di residenza.
Ciascuno di noi, fin dalla prima infanzia, accumula nel proprio smalto dentario isotopi vari: di stronzio, piombo ed ossigeno. Confrontando la loro concentrazione con quella di campioni di suolo ed acqua di varie località, si può risalire con una certa precisione al luogo in cui una persona è prevalentemente vissuta. E per Ötzi questo luogo è l'Alto Adige. Egli trascorse la sua prima infanzia in Val d’Isarco e solo più tardi si spostò in Val Venosta (un buon motivo per chiamarlo Isarco, se non vi piace Venosto). La sua dentatura rivela una carie incipiente, una paradontosi e superfici di masticazione molto usurate dalle impurità presenti nei cereali macinati con la pietra. L’intensa usura degli incisivi dimostra l’abitudine di usare i suoi denti come utensili.

Il “Cold Case” di Ötzi : fu un assassinio?
Ötzi morì per le conseguenze di una ferita causata da una freccia, ma la punta di freccia in selce non fu trovata fino al 2001, quando divenne visibile grazie ai nuovi esami radiografici. La freccia, scoccata alle sue spalle da una distanza notevole, gli trapassò la scapola sinistra, ledendo una importante arteria. L’emorragia fu massiccia e causò, in poco tempo, la morte. Inoltre, l’Uomo venuto dal ghiaccio ha una ferita alla tempia e un trauma cerebrale. Non è chiaro se fu il tiro di freccia a farlo cadere a terra, o se fu spinto da qualcuno.

Ötzi stava fuggendo, morì rapidamente.
Lo si può dedurre dall’attrezzatura che aveva con sé, ancora incompleta: prima di partire aveva cercato di costruirsi in fretta e furia ancora un arco e qualche freccia. La profonda ferita da taglio alla mano destra dimostra che ebbe probabilmente uno scontro ravvicinato, poco prima di morire. Tutte le ipotesi sono buone. Sono state trovate tracce di sangue di altre quattro persone sul suo corpo. Era in corso una guerra tra tribù? Un conflitto personale? Una rapina? Nulla gli fu sottratto della sua attrezzatura, nemmeno l’ascia assai preziosa che portava appresso. Stava forse accudendo un gregge che qualcuno volle rubargli?
Un altro dato interessante è quello della rapidità della morte. Dato che è ancora presente fibrina (una proteina che coadiuva la coagulazione e si forma immediatamente dopo la ferita, ma che altrettanto velocemente scompare), sulla ferita della freccia che l’uccise, non ci fu neppure il tempo perché la fibrina si rassorbisse: fu una morte rapida.

Era l’inizio dell’estate.
In uno dei suoi due contenitori di corteccia di betulla, Ötzi trasportava delle foglie di platanaria fresche, che si trovano di solito tra giugno e settembre, nelle quali aveva avvolto la brace per il fuoco. Il secondo indizio che suggerisce in che mese morì Ötzi è la carpinella, una pianta che fiorisce solo fino a giugno inoltrato. Nel suo intestino sono stati ritrovati dei pollini di carpinella, assunti inconsapevolmente con qualche alimento o semplicemente inalati con l’aria che respirava. Per questo si può determinare con una certa sicurezza che quando Ötzi morì era l'inizio dell'estate.
Attrezzatura: capra, cervo, vacca e pecora.
Ötzi era perfettamente abbigliato ed attrezzato per l’alta montagna. Per proteggersi dal vento e dal freddo indossava un mantello di pelo con motivi a righe ed un copricapo di pelle. Portava calzoni di pelle di capra che consentivano una piena libertà di movimento e calzature assai sofisticate: l'interno era una rete fatta di corda intrecciata ed imbottita di fieno per riparare dal freddo, mentre l'esterno era in robusta pelle di cervo. Cinghie di cuoio incrociate fungono da ‘carrarmato’ per la suola. Tutti i vestiti di grande funzionalità, erano tagliati con estrema precisione e confezionati con grande cura. Oggi, sarebbero molto costosi.
L'ascia di rame: arma o simbolo di potere.
L’oggetto più prezioso che Ötzi portava con sé è l’ascia di rame, l’unica al mondo risalente al Neolitico giunta perfettamente integra fino a noi. Per il tipo di lama si ritenne inizialmente che l’ascia fungesse da emblema di rango sociale, che fosse un oggetto rappresentativo riservato solo alle classi guerriere o dominanti. Ma le evidenti tracce d’uso e gli esperimenti effettuati con una ricostruzione precisa dell’oggetto hanno dimostrato che una simile ascia poteva certamente servire  anche ad abbattere gli alberi.  Per l’epoca Neolitica, si trattava di un’arma nuovissima ed uno strumento rivoluzionario.

L'arco, un’arma micidiale, ma incompleta.
L'arco, in legno di tasso e lungo 1,82 m, superava in altezza l’uomo venuto dal ghiaccio di circa 20 cm, ma non era ancora completo: mancano l'impugnatura e le tacche per i tiranti di tendine. Inoltre l’arco doveva ancora essere rifinito (raschiato e lucidato). Come ha dimostrato la copia ricostruita in chirurgia sperimentale, con un arco del genere si può abbattere selvaggina senza problemi da una distanza di 30-50 metri (a 30 metri si riesce perfino a trapassare il corpo di un cervo).

Perché Ötzi era a 3000 metri?
Già allora, certamente gli uomini si spostavano molto e avevano contatti commerciali anche in posti lontani. Per questo erano abituati a trasferirsi anche in alta montagna, dove andavano alla ricerca di giacimenti di minerali e transumavano d’estate con i loro greggi di capre e pecore. Ancora oggi i contadini della Val Senales portano le loro pecore oltre il confine, sugli alpeggi in quota delle Alpi dell’Ötztal, lungo la stessa via percorsa da Ötzi nel suo ultimo viaggio, presumibilmente da sud a nord. Stava forse cercando di raggiungere un luogo che conosceva bene, o era forse un pastore nomade?
Sappiamo che in Val Venosta lavorò presso una fonderia (dal forte contenuto di arsenico e rame nei capelli)[2]. Forse proprio per questo aveva una rarissima ascia in rame.

Dove viveva Ötzi?
Ötzi era ‘italiano’: visse sul versante meridionale delle Alpi, come testimoniano il polline ritrovato, i denti e i pezzetti di legno, ma anche la selce, proveniente dall'area del lago di Garda. Mentre la forma della sua ascia rimanda alla
Civiltà Remedello, localizzata nella pianura padana. È probabile che Ötzi fosse un componente della civiltà alpina detta “Tamins-Carasso-Isera 5” insediata in Val Venosta. Purtroppo Ötzi non aveva con sé alcun frammento di ceramica, che renderebbe più agevole una attribuzione geografica precisa. Ogni facies culturale ha infatti un proprio modo di lavorare l’argilla, di decorarla e cuocerla: ma il nostro aveva altri problemi a cui pensare, all’epoca…

Un esperto di legno.
L’attrezzatura di Ötzi era fatta di materiali naturali, come pelle, corda e legno di tipologie diverse, incredibilmente numerose. A quanto sembra, per ogni singolo oggetto veniva utilizzato il materiale più idoneo:
tasso privo di resina e compatto per l’arco e il manico dell'ascia, viburno diritto per le aste delle frecce, frassino duro per l'impugnatura del pugnale, nocciolo, molto elastico, per l’intelaiatura curva della gerla. Gli uomini del Neolitico certamente disponevano di vaste conoscenze dettagliate ed approfondite sulla natura, che sono andate perse in seguito con la civiltà moderna.

Ötzi non era ‘solo’.
Gli esemplari più antichi di ippoboscidi sono stati ritrovati su alcuni campioni di peli prelevati dai reperti recuperati presso Ötzi. Gli ippoboscidi sono ematofagi che colpiscono per lo più selvaggina, ma occasionalmente anche l'uomo. Però, nonostante esami approfonditi, nei capelli di Ötzi non è stato ritrovato alcun tipo di pidocchi. Tra i vestiti invece si erano nascoste due pulci e nelle feci sono state ritrovate uova di tricocefalo.

Genetica.
Il sequenziamento del DNA di Ötzi è stato sostenuto da National Geographic Society (USA), Life Technologies (USA) e Comprehensive Biomarker (Germania). Lo studio è stato pubblicato sulla rivista specializzata Nature Communications.
È stato dimostrato che Ötzi appartiene a un aplogruppo Y molto raro in Europa. Questo permette di trarre due conclusioni: gli antenati di Ötzi sono emigrati dal vicino Oriente nel Neolitico in seguito alla diffusione dell’agricoltura e dell’allevamento; il loro DNA si è conservato fino a oggi in regioni isolate, come Sardegna e Corsica.

Il cromosoma Y di Oetzi porta il marcatore genetico europeo G2a4. Questo marcatore è diffuso in tutta l'Europa, ma raggiunge la sua massima frequenza in Corsica e nella Sardegna settentrionale. Ora, è ben noto da molti altri studi genetici e da dati storici, che la popolazione della Sardegna settentrionale discende da una recente (circa 3 secoli fa) colonizzazione di genti provenienti dalla Corsica, e ha mantenuto le sue caratteristiche fino ad ora. Questo dato è un’ulteriore conferma di ciò. A sua volta la Corsica, nel corso dei secoli, ha avuto una storia molto diversa dalla Sardegna, ed ha praticamente perso la sua popolazione originaria, che nella preistoria doveva essere la stessa della Sardegna. La popolazione della Corsica, e della Sardegna settentrionale è di origine nord-italiana, e si è formata in Corsica per immigrazioni successive durante il Medioevo. È un fatto ben confermato dalla storia, dalla linguistica, dai cognomi e dalla genetica. Ötzi è quindi un antenato degli Italiani settentrionali (il suo DNA mitocondriale, pur rappresentando una linea estinta, appartiene comunque ad un tipo frequente nelle popolazioni del Trentino-Alto Adige) e non ha niente a che vedere con gli antenati dei Sardi.
Quindi: se vuoi chiamarlo Venosto, sei il benvenuto. Ma non puoi 

chiamarlo Iosto e neppure Gavino.

Conservazione.
Per sei anni, Ötzi è rimasto affidato alle cure dell'università di Innsbruck, finché nel 1998 fece ritorno là dove era iniziato il suo ultimo viaggio. Da allora il Museo Archeologico dell'Alto Adige è la sua ultima dimora.
Per evitare la decomposizione della mummia e per consentire ulteriori studi, è stato necessario ricreare artificialmente le condizioni che hanno regnato sul ghiacciaio per 5000 anni: freddo glaciale ed elevata umidità dell’aria. È stato sviluppato un sistema di refrigerazione unico al mondo, che non solo conserva la mummia nelle condizioni ottimali, ma che ne consente anche l’esposizione al pubblico. Per impedire un’eccessiva perdita d’umidità, il corpo di Ötzi viene spruzzato d’acqua, in modo che sulla superficie si formi un sottilissimo strato di ghiaccio.






[1] Cohen, Mark N, and Gillian M. M. Crane-Kramer. Ancient Health: Skeletal Indicators of Agricultural and Economic Intensification. Gainesville: University Press of Florida, 2007

[2] Origin and migration of the alpine Iceman”. Muller W, Fricke H, Halliday AN, McCulloch MT, Wartho JA. Australian National University, Canberra, ACT 0200, Australia. Science. 2003 Oct 31;302(5646):862-6.